- 07/04/2026
- Economia e marketing
Il prolungarsi del conflitto in Medio Oriente può compromettere la crescita dell’economia italiana.
È quanto emerge dal Rapporto di Previsione - Primavera 2026 del Centro Studi Confindustria, presentato a Roma il 25 marzo scorso dal titolo significativo “Guerre, dazi, incertezza: a rischio la crescita”.
Il presidente di Confindustria, Emanuele Orsini, sottolineando come l’impatto sul Pil sarà determinato dalla durata delle ostilità, ha ipotizzato tre possibili scenari: nel caso di fine del conflitto in quattro settimane, l’Italia e l’Europa otterrebbero una crescita di circa lo +0,5%, se la guerra si prolunga a quattro mesi porterebbe a una stagnazione, mentre nello scenario più avverso, con il perdurare del conflitto fino a 9 mesi, il PIL nel 2026 potrebbe ridursi fino a -0,7%.
A incidere dunque in modo determinante è la guerra in Iran, che coinvolge Israele e diversi Paesi del Golfo e che ha portato al blocco dello Stretto di Hormuz, snodo cruciale per le forniture energetiche globali, con effetti immediati su prezzi e scambi internazionali.

Attivare subito misure concrete
In questo scenario, Confindustria sottolinea la necessità di una risposta tempestiva e coordinata a livello nazionale ed europeo. La durata del conflitto rappresenta infatti la variabile decisiva per l’evoluzione economica dei prossimi mesi e richiede l’attivazione di misure concrete a sostegno di imprese e famiglie. In particolare diventa prioritario contenere gli effetti dello shock energetico, salvaguardare la competitività del sistema produttivo e rafforzare gli investimenti.
Scenario macroeconomico
Il quadro macroeconomico globale si muove in un contesto di forte volatilità, già segnato da tensioni commerciali tra le principali economie e ora ulteriormente aggravato dagli effetti del conflitto in Medio Oriente che si ripercuotono sull'economia soprattutto attraverso il canale energetico.
In questo contesto, le simulazioni del Centro Studi Confindustria indicano aumenti molto significativi dei prezzi. Il petrolio potrebbe crescere fino al 90% e il gas del 50%, alimentando nuove pressioni inflattive e un conseguente irrigidimento delle condizioni finanziarie.
A subire le conseguenze di questo quadro è il commercio mondiale che rallenta sensibilmente e tra le aree più esposte agli effetti negativi dello scenario globale c’è proprio l’Eurozona.
Italia: crescita fragile e inflazione in aumento
Secondo lo scenario di base del CSC, la crescita in Italia prevista per il 2026 si attesta a +0,5%, ma risente in modo significativo, come abbiamo visto, dell’evoluzione del contesto internazionale.
Nel 2027 l’economia italiana dovrebbe recuperare solo moderatamente (+0,6%), nello scenario base, rimanendo su ritmi molto contenuti. Ai rischi al ribasso collegati alla guerra in Iran se ne aggiungono altri, legati all’implementazione del PNRR, a un’eventuale ulteriore svalutazione del dollaro, al proseguire dell’alta incertezza, alla possibilità che anche il taglio dei tassi FED risulti inferiore alle attese.
Secondo il Rapporto del CSC, nel corso del 2026 l’inflazione è prevista aumentare molto dai minimi di inizio anno, con un picco vicino al +3,0%. Nel 2027, viceversa, l’inflazione è attesa rientrare lentamente su valori più moderati, man mano che la variazione dei prezzi energetici sarà riassorbita: in media è attesa al +2,2%.

Export italiano in frenata
Nello scenario di base del CSC, la crescita delle esportazioni italiane frenerà al +0,6% nel 2026. Nel 2027 è attesa risalire al +1,8%, su ritmi bassi rispetto a quelli pre-pandemia. Il contributo dell’export netto alla crescita del PIL resterà negativo nel 2026 e tornerà appena positivo solo nel 2027.
Nel 2025, l’export italiano verso gli Stati Uniti ha raggiunto i 70 miliardi di euro (+7,2%), ma al netto di farmaceutica e commesse straordinarie si registra una contrazione del 5,7%, segnale delle difficoltà che stanno emergendo in diversi settori manifatturieri. Secondo le stime del Centro Studi Confindustria, nell’ipotesi in cui l’attuale struttura dei dazi venga confermata, le perdite per l’export italiano potrebbero superare i 16 miliardi di euro nel medio periodo.
Parallelamente, l’import italiano dalla Cina ha superato i 60 miliardi di euro nel 2025 (+16,4% sul 2024). La Cina è sempre più specializzata nei settori a medio-alta tecnologia, la cui quota sull’export cinese verso il resto del mondo è salita dal 28% al 42% negli ultimi cinque anni.
In questo scenario, c’è comunque un elemento positivo che riguarda le imprese italiane che mostrano una significativa capacità di adattamento. Ogni anno, infatti, circa l’8% dei prodotti italiani cambia destinazione, a fronte del 6% di quelli tedeschi. La diversificazione degli scambi si conferma così un elemento chiave per rafforzare la resilienza del sistema produttivo.
Difesa e aerospazio: volano per l’innovazione
Un possibile stimolo per la crescita italiana nei prossimi anni potrà venire dall’aumento della spesa nazionale per la difesa. L’aumento previsto, dall’1,5% al 3,5% del PIL nel prossimo decennio, può generare effetti positivi significativi sull’economia se orientato verso investimenti e produzione nazionale. Quando queste condizioni si realizzano, l’impatto sul PIL può arrivare fino al +3,0% cumulato, ma al contrario, uno scenario caratterizzato da maggiore ricorso alle importazioni ridurrebbe drasticamente i benefici, limitandoli a circa +0,9%.
Effetti positivi della stabilità politica
Accanto ai fattori di rischio, il Rapporto evidenzia però anche alcuni elementi di tenuta, tra cui gli effetti positivi della stabilità politica degli ultimi anni.
Il calo dei tassi di interesse sui prestiti bancari ha generato nel 2025 un beneficio stimato in circa 4,6 miliardi di euro annui per le imprese, che a regime potrebbe salire fino a 13,8 miliardi.
Secondo le stime del Centro Studi, la stabilità politica può aver contribuito in misura compresa tra 0,5 e 1,4 miliardi annui alla riduzione del costo del credito, rafforzando le condizioni finanziarie del sistema produttivo.
